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Affrontare la crisi è un’impresa da donne. Idee, storie e sostegno per le aziende al femminile


Senza diritti delle donne siamo tutti più poveri. L’impegno per un riconoscimento delle capacità e del potenziale femminile non deve essere baluardo esclusivo delle femministe, ma una lotta di tutti, dell’intera società.

La disuguaglianza, di qualunque genere, disegna un divario sociale le cui maglie si allargano sempre di più, diventando una voragine difficile da colmare. «Lasciare indietro le donne è un freno alla crescita, significa lasciare indietro tutto il Paese» dice Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’Istat e incoming chair del Women20.

E non si tratta solo di una questione sociale e culturale, ma anche economica. Sì, perchè le imprese femminili non costituiscono solo un settore strategico per il raggiungimento di un piano di empowerment nel contesto sociale, ma anche per lo sviluppo produttivo del Paese.

«Diversi studi dimostrano che in uno scenario mondiale in cui le donne partecipassero all’economia in modo identico agli uomini, si contribuirebbe fino a 28 trilioni di dollari, pari al 26% al PIL globale annuo entro il 2025» ha dichiarato recentemente Patrizia Di Dio, presidente nazionale del Gruppo Terziario Donna Confcommercio e vicepresidente di Confcommercio nazionale, che definisce le imprese femminili il “motore di sviluppo e di ripresa” del Paese e sottolinea la necessità di includere le donne nei processi di trasformazione e innovazione dei nostri tempi.

8 marzo Festa della Donna: facciamo il punto sull’occupazione femminile

Ogni anno l’8 marzo diventa l’occasione per fare il punto, ma i dati di quest’anno non potranno che raccontarci una situazione più pesante e un rallentamento, se non persino una battuta di arresto, a causa delle pandemia.

Il tasso di occupazione femminile in Italia è calato al 48.6%, dato più basso dell’ultimo decennio e, come al solito, tra i più bassi in Europa. Il lavoro femminile si trova, oggi più che mai, schiacciato sotto la pressione di una pandemia che colpisce soprattutto i settori in cui le donne sono occupate (come i servizi) e l’aumento dei carichi di cura – pensiamo alla chiusura delle scuole – che tradizionalmente è più a carico delle donne che degli uomini, soprattutto nel nostro Paese.

Le donne che lavorano in settori come le vendite al dettaglio, assistenza residenziale, lavoro domestico e la produzione di abbigliamento hanno subito le perdite più pesanti di posti di lavoro, dato che costituiscono la maggior parte della forza lavoro in questi settori.

I dati Istat pubblicati lo scorso febbraio ci dicono poi che su 101mila nuovi disoccupati, 99mila sono donne.
Un disastro annunciato in realtà, visto che già lo scorso giugno l’Ispettorato del lavoro segnalava che 37.611 lavoratrici neo-genitrici si erano dimesse nel corso del 2019.

A maggio un’indagine di WeWorld effettuata sul finire del primo lockdown segnalava che 1 donna su 2 aveva rinunciato ad almeno un progetto a causa del Covid e il 31% annullava o posticipava la ricerca di lavoro.

 

Imprenditoria femminile e crisi epidemiologica: la situazione

La pandemia di Covid-19 sta dando un duro colpo alla parità di genere sul mercato del lavoro, una vera e propria recessione al femminile provocata dalla pandemia di Covid-19. Crisi che ha colpito duramente anche le imprese guidate fa donne.

Il Covid imprime una battuta d’arresto alla corsa che stava vivendo da sei anni l’imprenditoria femminile: il bilancio del 2020 certifica un calo dello 0,29% delle aziende guidate da donne, ovvero 4mila attività in meno rispetto al 2019. Calo ascrivibile interamente alle regioni del Centro e del Nord (il Mezzogiorno segna +0,26%).

Penalizzate di più le imprenditrici giovani, con le aziende guidate da donne under 35 anni (154mila) calate all’11,52% del totale, dal 12,02% del 2019.

L’imprenditoria femminile, evidenziano le elaborazioni dell’Ufficio Studi Confesercenti, ha interrotto nel 2020 una corsa che proseguiva ininterrotta dal 2014, con una velocità di crescita superiore a quella dell’imprenditoria maschile.

«Nonostante la sua natura resiliente, l’imprenditoria femminile non è riuscita a sfuggire agli effetti della pandemia, ancheperché – spiega la responsabile nazionale di Impresa Donna Anna Maria Crispino – le difficoltà poste da lockdown e restrizioni nella dimensione familiare si sono scaricate principalmente sulle donne. Molte imprenditrici, in assenza di una rete di welfare che permetta loro di conciliare vita familiare e lavoro, si sono fermate».

Se prendiamo in esame Roma e provincia, qual è la situazione? Le imprese femminili a Roma e provincia sono 102.589 (nel Lazio sono 145.178). Imprese che scelgono, quale loro principale settore di elezione, il terziario: quasi 3 imprese “rosa” su 4 si concentrano, infatti, nelle attività dei Servizi, in particolare nel “Commercio” (27,1%) seguito, a distanza, da “Alloggio e ristorazione” (10,2%).

Queste imprese sono, in misura crescente, rivolte all’innovazione, come dimostra il fatto che la quota di start-up innovative femminili sul totale delle start-up è superiore rispetto al resto d’Italia: 13,8% contro 12,3%.
Le imprese femminili a Roma hanno conosciuto una crescita molto importante, con un aumento di oltre 7.300 imprese registrate e un aumento del tasso di femminilizzazione dal 20,2 al 20,6.

Poi, è purtroppo arrivata la pandemia e si è registrato un calo delle imprese in rosa nella Capitale come in tutto il Paese.

Da leggere: Startup femminili. Come trasformare la propria idea in una realtà imprenditoriale

 

Donne e Imprese: le proposte per un welfare paritario

E’ stato una sorta di istinto collettivo quello che ha portato alla formazione del gruppo Half of it, donne per la salvezza, che ha presentato al Governo un documento programmatico sulle riforme necessarie per far crescere l’occupazione femminile, creare nuove infrastrutture sociali e dar vita a una vera economia della cura.

In poco tempo un grande numero di associazioni, di libere professioniste, esperte e accademiche, hanno messo da parte le singole diversità per affrontare un progetto comune, quello della stesura di un documento contenente proposte per cambiare concretamente le cose.

Che cosa chiedono le firmatarie del Manifesto?

Innanzitutto un cambiamento culturale, partendo dalle istituzioni e dalle scuole: importanti investimenti in cultura e scuola permetterebbero un adeguamento delle ore di educazione civica e con particolare attenzione ai temi della diversità. E incentivi rivolti anche al mondo del lavoro, come la premiazione di imprese che mettono in pratica l’uguaglianza tra i sessi nelle retribuzioni e nelle carriere, potrebbe dare un impulso verso la parità di genere. Anche se la strada, ad oggi, sembra davvero lunga.

Ecco alcuni punti previsti dal Manifesto:

  • Governance paritaria di uomini e donne per i fondi di Next Generation UE
  • Valutazione ex ante, in itinere, ex post dell’impatto di genere da parte del MEF di ogni provvedimento rilevante
  • Incremento degli Asili Nido, con copertura fino al 60 %, bonus babysitting
  • Investimento sui servizi socio-assistenziali, servizi della cura e della persona (infanzia, anziani, disabili e persone non autosufficienti)
  • Investimento nei servizi scolastici e ludici
    (con proposta di tempo pieno generalizzato nella scuola dell’obbligo)
    La leadership femminile e l’attenzione alla scuola, con tutte le conseguenze sui carichi di cura familiari, vanno di pari passo. I Paesi che hanno una donna al vertice sono anche Paesi in cui la priorità della scuola è stata sentita più forte.
  • Interventi culturali e formativi nelle scuole: azioni di orientamento precoce delle bambine e delle ragazze verso lo studio delle materie scientifiche, azioni di consulenza sulle carriere nella scuola superiore, incentivi, incentivi alle Università per incrementare la presenza femminile nei corsi STEM…
  • Adottare misure volte alla progressiva eliminazione del Gender Pay Gap a tutti i livelli professionali e retributivi: il gender pay gap, cioè la differenza di salario a parità di competenze tra uomini e donne, nel 2020 ha ricominciato ad allargarsi, invertendo la tendenza che invece fino al 2018 aveva visto una progressiva riduzione delle disparità.
  • Promozione e sostegno dell’imprenditoria femminile; Accesso al credito per le imprese condotte da donne
  • Agevolazioni fiscali per chi investe in start up e PMI innovative guidate da donne

Leggi tutti i punti previsti dal “Manifesto donne per la Salvezza” e firma anche tu il programma: clicca qui

 

Imprenditoria femminile: storie di imprenditrici che hanno sfidato la crisi

Possiamo ancora essere fiduciose che le cose potranno cambiare?
Lo so, fino a questo punto l’articolo non è stato molto incoraggiante.

Credo che il cambiamento dipenda innanzitutto da noi, dalle nostre azioni individuali, che hanno una maggior risonanza nel momento in cui si uniscono ad una collettività. Credo che voglia di mettersi in gioco, perseveranza, siano componenti determinanti. Non accettare che le cose rimangano immutate, non subire passivamente il corso degli eventi. E poi bisogna iniziare. Non importa quanto sarà lungo il passo, quel primo gesto getterà le fondamenta di un nuovo percorso.

Il “Manifesto donne per la Salvezza” è certamente un esempio di iniziativa volta a cambiare una realtà ormai divenuta inaccettabile. Possiamo quindi dire che, nonostante lo stile quasi “apocalittico” dell’articolo, si intraveda la luce in fondo al tunnel.
E scoprire storie di donne che hanno scelto di cambiare la propria vita e hanno fondato startup, persino durante la pandemia, ci incoraggia e ci consente di recuperare un po’ di speranza.

Nei prossimi articoli avremo modo di approfondire i casi di successo (e sono molti) di donne che hanno avviato un’impresa; in questo articolo condividerò intanto tre storie, di imprenditrici che hanno sfidato la crisi con la passione e la forza che caratterizza noi donne.

Chiara Rota –  My Cooking Box

Chiara Rota ha 36 anni, una laurea in ingegneria gestionale, una bimba di quattro anni e un’azienda che hanno mosso insieme i primi passi, nel 2016, My Cooking Box. È una delle oltre 1,3 milioni di imprenditrici del nostro Paese che, lentamente, con fatica, stanno cercando di sfondare il soffitto di cristallo.

L’idea parte da lontano: da quando Chiara, durante un’esperienza professionale negli Stati Uniti, si rende conto di quanto le ricette e gli ingredienti italiani siano apprezzati all’estero, ma non sempre accessibili.

L’idea si rafforza negli anni in cui lavora nell’azienda di famiglia, a Bergamo, nel settore dell’automazione industriale.

«Mi capitava spesso di pranzare con clienti stranieri, entusiasti del cibo italiani, che, una volta tornati nel loro Paese, mi chiedevano consigli per riprodurre le nostre ricette».

Da qui l’intuizione di creare una scatola che contenesse tutto: ingredienti nella giusta dose e ricette firmati da chef. È il 2015 e, grazie a un programma della Camera di Commercio di Milano, viene invitata a presentare il suo progetto a Expo e poi vince il bando per entrare nell’incubatore dell’Università Bocconi.

Dopo due anni, My Cooking Box è pronta a partire e oggi, con un fatturato di 1,25 milioni di euro, dà lavoro a 25 persone. Vende online e offline, in Italia, in Europa e, da un anno, anche negli Stati Uniti.

Duygu Sefa – Babonbo

Anche Duygu Sefa ha 36 anni e anche lei è ingegnere gestionale. Laureata in Turchia, si trasferisce nel 2007 per frequentare un master al Politecnico di Milano. È brava: trova subito lavoro in una grande azienda del nostro Paese e per dieci anni sembra destinata a una promettente carriera.

Nel 2017, però, arriva la prima figlia e, al rientro dalla maternità, Duygu si sente messa da parte e insoddisfatta. Intraprendente e battagliera, decide di mettersi in proprio, partendo da una propria personale esperienza: la difficoltà di viaggiare e spostarsi con un bimbo appena nato.

Decide perciò di lanciare Babonbo, un servizio per noleggiare attrezzature da viaggio per bebè. Segue un programma per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali proposto dalla Silicon Valley e poi si iscrive a Mommypreneurs, un progetto internazionale, curato in Italia dal Polihub del Politecnico di Milano, che mira a supportare il reinserimento nel mercato del lavoro o ad avviare attività imprenditoriali delle giovani donne inoccupate, in maternità o impegnate nella cura dei propri figli.

Duygu a inizio 2020 è pronta a lanciare la sua start up, con un team di quattro persone operative (da remoto) da altrettanti angoli dell’Italia, e a diventare mamma per la seconda volta.

La pandemia ferma i viaggi in tutto il mondo, ma non il progetto di Duygu, che sposta (temporaneamente) il focus del progetto dal noleggio a breve termine a quello a lungo termine. Funziona.

Roberta D’Onofrio – bnbworkingspaces

Determinazione, flessibilità e creatività. Ecco la marcia in più delle donne imprenditrici: sapersi rimettere in gioco. Anche Roberta D’Onofrio ha questo dono. Madre di tre bambini, aveva 44 anni quando il primo lockdown ha rapidamente svuotato il calendario di prenotazioni per i tre appartamenti romani che gestiva tramite Airbnb e che erano la sua fonte di reddito.

Senza lasciarsi abbattere, in meno di un mese Roberta si è reinventata da “Super Host” a imprenditrice, trasformando le sue case in alloggi per smartworker in cerca di un luogo sicuro e tranquillo per lavorare, attrezzato e connesso.

La nuova piattaforma (bnbworkingspaces) oggi è diventata una start up iscritta al registro delle imprese e seguita dall’incubatore I3P del Politecnico di Torino. Sul sito sono presenti sono presenti ormai oltre 100 “Smart Apartments” divisi in due categorie: quelli nelle città e quelli in luoghi di villeggiatura dove le persone possono continuare a lavorare e magari godersi un po’ di mare o natura nel tempo libero.

 

Sostegni all’imprenditoria femminile: la sfida del Recovery Plan

Sul fronte della politica, esistono diversi provvedimenti a sostegno dell’imprenditoria femminile. Tra questi, la nuova Legge di Bilancio ha istituito un fondo d’investimento per incentivare le donne ad avviare attività imprenditoriali a partire da quest’anno, con una dotazione finanziaria di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022 e verrà gestito attraverso un Comitato per le donne di impresa.

Sono previsti differenti forme di agevolazione tra cui contributi a fondo perduto, finanziamenti per le nuove start-up innovative e interventi specifici richiesti dalle imprese femminili.

Leggi anche Manovra 2021: nuovi incentivi per l’imprenditoria femminile

Per ora non ci sono aggiornamenti sul Fondo Imprenditoria Femminile, ma non temere!
Continua a seguire il nostro blog per conoscere tutte le novità sul Fondo e approfondire i contenuti sul tema femminile.


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Published by
Maria Luisa Bertana

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