Metodologia didattica e competenze abilitanti per Industria 4.0

Pubblicato il Luglio 31, 2019 da
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Non lasciamo mai le noci: ovvero giocare è una cosa seria.

Racchetoni, calcio splash, Beach volley… l’estate sembra essere un periodo in cui è più facile farsi attrarre da sport e giochi. Se la buona stagione è complice di questa apparente leggerezza, durante il resto dell’anno non è improbabile che qualche genitore, un po’ apprensivo e in ansia, si aspetti dal proprio figlio, non più bambino, di iniziare a fare le cose sul serio.

Quale valore assume il gioco in una metodologia didattica che garantisca l’apprendimento graduale e completo di competenze tecniche e relazionali? L’importanza di giocare e di mettersi in gioco può aiutare la formazione delle nostre competenze?

Fare sul serio Vs mettersi in gioco

Mettersi in gioco è una espressione diffusa che usiamo spesso nella quotidianità per dire che siamo pronti a dare il massimo per ottenere un obiettivo, facendoci coinvolgere completamente e utilizzando tutte le nostre forze. Non è una contraddizione esprimere una cosa seria e profonda facendo appello al gioco?

In natura giocano i bambini, giocano i cuccioli, giocano persino gli animali adulti…

Se, nel corso dell’evoluzione, nonostante le tecnologie e le trasformazioni, non si è smesso di giocare, evidentemente il gioco ha ancora una funzione di adattamento rispetto al contesto.

Sappiamo che il gioco è lo strumento principe attraverso il quale il bambino esprime la propria identità e sviluppa le proprie conoscenze, anche le più complesse, impara a socializzare, sviluppa capacità cognitive, creative e relazionali. Il gioco per i bambini è un’attività seria. E per gli adulti (giovani e no)?

 

Sviluppare abilità e competenze attraverso il gioco

Il gioco è lo strumento didattico per eccellenza, perché sollecita le capacità cognitive del Problem solving e del decision making e tiene conto dei processi motivazionali ed emozionali. Eppure in alcune culture arriva un momento in cui “dobbiamo” smettere. L’infanzia, per i bambini romani dell’età repubblicana, era detta “età delle noci”, poiché i bambini giocavano con esse (come biglie o costruzioni) e quando crescevano si diceva “lasciare le noci”.

Anche nei processi di apprendimento per adulti e giovani, quindi, il gioco rappresenta una occasione per attivare energie e sperimentare abilità e nuovi processi.

Giocare permette di cambiare prospettiva, attivare la creatività, stimolare l’intelligenza emotiva, usare il pensiero laterale (cioè la capacità di utilizzare uno strumento per un’attività o una funzione diversa da quella per cui è nato).

Così può succedere che quando si debba fare le cose sul serio ci si inventi un gioco per farle meglio.

Da leggere: Tra didattica e innovazione c’è il nesso della società

 

Una nuova didattica per nuove competenze

Le didattiche che richiamano una dimensione ludica (pensiamo alla diffusione della gamification) attivano un processo di apprendimento spontaneo e completo, in cui la conoscenza si salda al fare in maniera naturale.

Alcune metodologie, come Lego Serious, hanno la caratteristica di coinvolgere i partecipanti attivamente permettendo loro di focalizzarsi sul tema o sulla consegna ricevuta, rendendo più agevole la conversazione e lo scambio tra i partecipanti e visualizzando l’avanzamento del processo, reso evidente e tangibile al team.

Tra le metodologie utilizzate per la didattica che hanno la capacità di attivare dei processi di coinvolgimento simili a quelli descritti possiamo inserire il Design Thinking.

Questa metodologia, nata nella progettazione di edifici e macchinari e utilizzata dalle aziende per promuovere processi di innovazione, di Problem solving e di creatività, è stata introdotta come proposta didattica.

 

Metodologie didattiche e Design Thinking

Il Design Thinking è applicabile a tutti i tipi di problemi, anche di natura complessa o di prospettiva futura, che siano di strategia, di organizzazione, di sviluppo nuovi prodotti o servizi.

Il team di professionisti di Ca’Foscari che supportano il lavoro delle Fondazioni ITS e dei loro percorsi formativi nella realizzazione di prodotti innovativi e di adozione di questa metodologia didattica definiscono così l’applicazione del Design thinking alla didattica ITS:

“Gli ITS hanno affrontato i nodi del 4.0 attraverso una metodologia innovativa di approccio all’innovazione definita design thinking, puntando sulla comprensione degli effettivi bisogni degli utenti della tecnologia, su strumenti di prototipazione efficace e low cost e su modelli pertinenti di valutazione economica.”

Il Design thinking si articola in 5 fasi: empatia, definizione, ideazione, prototipazione e test. Attraverso queste, gli studenti ITS ricevono una indicazione/problematica da parte di una aziende/committente da cui si sviluppa il lavoro di analisi della richiesta.

Ciascuna delle fasi consente ai ragazzi di “ingaggiarsi”, incontrando consumatori, clienti e produttori, ipotizzando soluzioni creative che nascono dalla ricostruzione di come viene utilizzato e maneggiato l’oggetto o il processo di cui si stanno occupando.

Design Thinking e ITS 4.0

Il percorso, che procede per fasi divergenti e convergenti (in cui si allarga l’orizzonte e poi si rifocalizza sull’oggetto delle attività), permette agli studenti di immedesimarsi nell’ambito e di riemergere con una visione innovativa e innovata che generalmente “spiazza” anche l’azienda committente.

Da leggere: la metodologia del design thinking alla base degli ITS 4.0

 

Intelligenza Emotiva a supporto dell’Industria 4.0

Il design thinking è dirompente e straordinario quando la tecnologia e la soluzione riescono a soddisfare il bisogno dell’utente, a conferma che la vera innovazione è centrata sulla persona.

Il processo messo in atto consente di acquisire competenze tecniche, competenze relazionali e sperimentare abilità empatiche, sintetizzando il tutto in una proposta che tiene in considerazione i bisogni e contamina la soluzione delle esperienze e tecnologie già in uso in altri contesti.

L’esperienza che ne deriva risulta essere straordinariamente avvincente e partecipativa, in cui i ragazzi si appassionano a “giocare” e a fare sul serio, familiarizzando con tecnologie 4.0 che, diversamente, rischiano di essere vissute come distanti.

Esperienza che consente agli studenti di acquisire la competenza che più di ogni altra è ricercata dalle aziende e che permette di rappresentare i tecnici specializzati (o Superiori) in un futuro altamente tecnologizzato: la capacità empatica. Quella capacità che mette l’uomo al centro dello sviluppo e che pone la tecnologia al servizio di un benessere collettivo e diffuso.

Se dunque queste sono le prospettive introdotte dal giocare anche da adulti, speriamo di non lasciare mai le noci!


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