Qual è il miglior percorso di orientamento (scolastico e professionale) per i tuoi figli?

Pubblicato il Marzo 31, 2021 da
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[Quasi-Vademecum per genitori che vogliono aiutare i figli a scegliere il proprio percorso, facendo le domande giuste: ovvero senza stressarli]

È questo un tempo caratterizzato dalla stanzialità, da limitazioni agli spostamenti e ognuno cerca di organizzarsi come può per mantenere o coltivare i propri interessi.

La tecnologia permea il nostro quotidiano consentendoci di studiare, di lavorare, di fare la spesa, di stare con gli amici, di visitare musei e di guardare un film, … in attesa di tornare a riappropriarci di una dimensione di maggiore spazialità e movimento (in cui muoversi, viaggiare, incontrarsi, visitare, ecc).

Nella storia l’uomo ha sempre viaggiato, esplorato, cercato altro rispetto a ciò che possedeva, con il desiderio di trovare ciò che non conosceva o per inseguire un sogno o un’idea.

Oggi siamo affascinati dagli strumenti digitali e da come ci risolvono situazioni e impegni, dalla velocità con cui si evolvono e si trasformano, come cambiano le abitudini e trasformano lavori e professioni, eppure essi sono l’ultima tappa (in ordine di tempo), risultato dell’ingegnosità degli uomini nei secoli: esploratori, ricercatori e studiosi si sono costruiti gli strumenti e le attrezzature per guardare gli astri, per curarsi, per conoscere l’agricoltura, le stagioni e per viaggiare.

È straordinario come con meno conoscenze e mezzi siano riusciti ad edificare monumenti, città, ponti, bonificare terre per la coltivazione, costruire navi e viaggiare verso terre sconosciute.

Ci sono stati tempi in cui gli uomini hanno viaggiato, hanno cercato punti di riferimento e hanno immaginato una rotta verso cui dirigersi… senza satellitari o GPS!

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Allenati ad Orientarsi: tracciare il percorso

Lo studio condotto da alcuni ricercatori norvegesi[1] su come il cervello umano si organizzi nello spazio ha permesso di scoprire un sistema interno di percezione della posizione e di identificazione dello spostamento dimostrando che il senso dell’orientamento, certamente più sviluppato in alcuni di noi rispetto ad altri, in realtà si può allenare.

Ci si può allenare a cercare la strada, ad immaginare percorsi e a percepirsi nello spazio!

Orientarsi è la capacità di individuare dei punti di riferimento intorno a noi (come l’Oriente, cioè la posizione da cui sorge il sole) per tracciare il percorso che intendiamo seguire.

 

Ci si può allenare anche in un percorso di Orientamento scolastico o professionale?

Innanzitutto chiariamo che spesso si utilizza erroneamente l’elenco delle proposte e dell’offerta formativa con il termine di Orientamento.

Quest’ultimo è il percorso che dovrebbe aiutare ciascuno ad elaborare una propria mappa su cui poter inserire alcuni punti di riferimento, la direzione o, se volete, la meta e, in ultimo, a tracciare la strada che si intende percorrere per raggiungerla.

Progettare il proprio futuro

Questo equivoco contribuisce a creare disorientamento nei ragazzi e in quanti si apprestano a fare una scelta per progettare il proprio futuro.

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Perché sembra esserci un così diffuso senso di disorientamento?

Come molte attività anche l’orientamento è la risultante di intuito, esperienze e conoscenze. Tre elementi che ci permettono di percepire la NOSTRA posizione nello SPAZIO e nel TEMPO.

Se manca la percezione di se stessi che si ottiene dalle esperienze, dalle relazioni, dai fallimenti e se mancano le conoscenze che ci permettono di desiderare un percorso o un obiettivo, possiamo sperimentare la sensazione di non sapere dove siamo e dove andiamo.

 

Percorso di orientamento: come aiutare i ragazzi a scegliere la propria strada

Inutile mettere in mano una mappa a qualcuno se non ci accertiamo che la sappia leggere e che abbia gli strumenti giusti per adoperarla.

Talvolta i consigli e le informazioni riportate su guide e manuali sono difficili da comprendere o da applicare al proprio caso/situazione.

Quali sono le informazioni da cui partire e le domande da porsi…

Prima domanda: da dove parto?

Così come se stessimo affrontando un viaggio, cercheremo di individuare il punto in cui ci troviamo o da cui il nostro percorso inizierà: la maturità, un certificato, una esperienza lavorativa o di volontariato, ecc.

Questa domanda, solo apparentemente semplice, in realtà nasconde insidie di percezione e rischia di inficiare tutta la geografia della mappa. Insieme ad elementi certi come il titolo posseduto o gli attestati, questa domanda dovrebbe permetterci di parlare di noidi chi siamo e di quali interessi ci animano.

Il punto di partenza è esso stesso il risultato di un percorso che ci ha condotto lì e attraverso cui abbiamo acquisito conoscenze, abilità e scoperto qualcosa di noi. Quest’ultima parte è importante al pari delle precedenti perché cosa sappiamo e sappiamo fare è altrettanto rilevante di come lo facciamo, cosa ci riesce facile e cosa proprio ci rimane indigesto.

Come presentare al meglio conoscenze, competenze e attitudini?
Scopri come impostare in maniera efficace il tuo Curriculum Vitae, leggi Lo Specchio e le Competenze: come scrivere il Curriculum

Seconda domanda: come sono arrivato fino a qui?

Ognuno di noi possiede delle attitudini, cioè delle abilità innate che gli permettono di sentirsi a proprio agio in alcuni contesti o nel fare alcune cose.

Queste attitudini ci parlano di noi e le possiamo scoprire pensando a ciò che facciamo con naturalezza e spontaneità (cosa cioè non ci causa stress ma addirittura ci ricarica).

Così ci sono persone che si riposano mentre leggono o guardano un film o suonano uno strumento o studiano e altri che ricaricano le batterie facendo sport, spostando mobili, recitando o costruendo oggetti, dipingendo o affrontando imprese grandiose e adrenaliniche.

Alcuni di noi hanno poche amicizie ben selezionate e altri amano “i bagni di folla” delle grandi compagnie, alcuni pianificano con attenzione e si preparano alle situazioni con meticolosità (e non amano improvvisare) e altri agiscono in velocità e cambiano spesso scenario e fanno dell’arte dell’arrangiarsi una vera filosofia di vita.

Modalità di affrontare le situazioni e di scegliere gli impegni

Queste modalità di affrontare le situazioni e di scegliere gli impegni da affrontare ci raccontano di noi e sono parti della nostra personalità che non cambiano nel tempo ma che ci dicono, se riusciamo ad evidenziarli, che per qualcuno non è faticoso un trekking o passare da un impegno all’altro o avere a che fare con le persone (anche in contesti di negoziazione con gli altri), mentre per qualcun altro può essere stancante stare in silenzio per un lungo periodo o semplicemente dover convincere qualcuno.

Le attitudini ci permettono di individuare il modo in cui facciamo le cose: alcuni svolgono compiti complessi velocemente e con naturalezza, gli stessi compiti che ad altri appaiono faticosi e richiedono grande sforzo.

Trovare le condizioni e le modalità in cui ci si sente a proprio agio permette di avere una migliore percezione di se stessi e soddisfazione da ciò che facciamo e come lo facciamo. L’attività sbagliata, a lungo andare, ci lascerà senza forze e con un senso di incapacità, di inefficacia e di vuoto.

Conoscere il “come facciamo le cose” consente di iniziare ad avere fiducia in se stessi: sapere che si possiede una strategia e delle abilità con cui si possono affrontare le situazioni e gli impegni.

Non c’è un modo giusto o sbagliato, purché si sia consapevoli che “il nostro modo” ci ha permesso di arrivare fino a qui.

Terza domanda: cosa ho fatto e cosa so fare?

Non è raro che i ragazzi trovino difficoltà a focalizzare o a esprimere ciò che sanno fare (certo non immaginiamoci degli esperti, ma certamente delle persone abili in alcune cose sì!).

Questo anche perché la percezione di efficacia arriva da due aspetti importanti, soprattutto nei primi anni di vita: dai risultati (in particolare nel confronto con gli altri o con dei traguardi) e da ciò che ci viene “rimandato” dalle persone a cui teniamo.

Chi non si conosce ancora sa di sé ciò che gli altri gli rimandano (come di fronte ad uno specchio…e attenzione: si vede allo specchio anche ciò che non ci piace e che, rifiutato, sembra essere negato).

Alcune cose sono semplici e sono quelle che ci vengono restituite come indicatori di risultato scolastico, ad esempio. Esse, però, non sono sufficienti a rappresentare le abilità dei ragazzi, anche perché sono difficilmente sovrapponibili con la vita professionale che stiamo cercando di delineare.

Allora il modo migliore è dato dall’esperienza, dallo sperimentarsi in contesti diversi e in situazioni diverse, dal mettersi alla prova e a disposizione, anche solo per far emergere le abilità di problem solving o relazionali.

Mettersi a disposizione senza pensare di dover necessariamente essere capaci, come nell’alternanza o in uno stage, in cui quello che si può imparare, soprattutto quando è fatto in giovanissima età, è la capacità di adattamento al contesto, la capacità di leggere le situazioni e di essere attivi, di capire come comunicare con colleghi e clienti, di rispondere ad una richiesta (ad esempio al telefono) o decodificare le informazioni ricevute (anche andando a ricercare i dati meno chiari).

Queste esperienze hanno un valore altissimo per il proprio percorso successivo: consentono di acquistare fiducia in se stessi (se non altro fiducia di poter imparare o essere attivi), di sentirsi utili e capaci e di sapersela cavare.

Tirocini e formazione professionale

Il valore degli stage, dei tirocini e dell’alternanza è nella capacità di imparare a muoversi in un ambiente sconosciuto e di dover selezionare le informazioni per elaborare strategie operative.

Sapendole leggere (e non rimanendo in un angolo ad aspettare informazioni che non arrivano), le esperienze di volontariato, formazione, lavoro stagionale, ecc. sono un bagaglio fondamentale per conoscere se stessi e iniziare a “imparare la lingua” del mondo del lavoro.

Queste esperienze permettono anche di allenare un altro grande valore: la capacità di sopportare la frustrazione. Non possiamo vivere pensando di non sbagliare o di sapere tutto o di essere alla pari con gli altri colleghi più esperti o formati. Possiamo però imparare ad accettare l’errore, a gestire la riparazione e a valutare l’efficacia di ciò che è stato fatto e di ciò che non ha funzionato.

Usciti dalle aule, il sapersi sintonizzare sui tempi degli altri (a volte rapidi e a volte tempi fatti di attese) e sulla capacità di comprendere l’obiettivo che ci è dato rappresenta una grande opportunità.

La verifica, fuori da scuola, non è un voto negativo, bensì la misurazione sull’efficacia di un intervento: condividere l’obiettivo, chiedere conferma, individuare gli strumenti e prevedere i tempi, effettuare le verifiche, rappresentano il più grande risultato delle esperienze “ponte” tra formazione e lavoro.

Nulla come l’esperienza concreta e diretta consente di “scoprire” qualcosa di sé e, dunque, raccogliere informazioni per la nostra mappa.

Le esperienze dirette possiedono anche un altro importante valore: la scoperta dei contesti e degli ambienti.

Quarta domanda: cosa ti piacerebbe fare? Cosa desideri?

Non sottovalutiamo un aspetto tutt’altro che immediato: il mondo del lavoro, delle professioni, le realtà aziendali non sono di facile percezione e lettura dall’esterno.

Le tecnologie (così come la digitalizzazione) hanno trasformato (e forse reso apparentemente simili ad un osservatore ingenuo) la maggior parte dei lavori. I luoghi di lavoro sono spesso lontani da casa (ed ormai chiusi per ragioni di sicurezza) e per molti ragazzi non sono chiaramente comprensibili: di cosa ci si occupa, come e perché, con chi si ha a che fare, quanto è importante, cosa produce, quali e quante responsabilità o rischi affronta, ecc.

Fino a qualche decennio fa la vicinanza e la visibilità delle professioni le rendeva più permeabili e in grado di essere “desiderate” da parte dei giovani, si voglia per accessibilità, per ambire ad uno status collegato a quella posizione o semplicemente per immedesimazione, o altro.

In fondo è più facile che desideri navigare chi abita vicino ad un porto piuttosto che chi non ha mai visto una barca.

Le esperienze dirette “aprono” porte che sono altrimenti recinti allo sguardo.

 

Solo a questo punto possiamo domandare: cosa serve per arrivare fino a lì?

Questa domanda apre finalmente il campo a tutto il catalogo formativo ed esperienziale che abbiamo citato in premessa e che tanti confondono con l’orientamento e che, invece, rappresenta il mezzo o una tappa di un percorso diverso per ciascun viaggiatore che ha un proprio bagaglio, una personale attrezzatura e dei mezzi di locomozione, oltreché un tragitto più o meno lungo da affrontare, nonché il punto della loro partenza.

l’orientamento è un progetto che consente a ciascuno di elaborare il proprio percorso

In conclusione, nella nostra esperienza, l’orientamento è un progetto che consente a ciascuno di elaborare il proprio percorso su una mappa immaginaria, individuando punti di riferimento reali ma soprattutto acquisendo certezza dei propri mezzi.

In tal modo, dunque, anche questo senso dell’orientamento, come quello studiato da O’Keefe e Moserdi, si può e si deve allenare.


[1] John O’Keefe e i coniugi norvegesi May-Britt e Edvard Moser (2014)


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