Pandemie, commercio e mercati finanziari: cosa ci insegnano le crisi del passato

Pubblicato il Maggio 27, 2020 da
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Le pandemie e le epidemie hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo, fin da quando abbiamo iniziato a costruire insediamenti e villaggi.

Naturalmente hanno avuto impatti differenti a seconda del periodo e del tipo di società coinvolta.

Le pandemie iniziarono ad essere drammatiche quando le città crebbero in popolazione ed estesero le loro reti commerciali. Ricordiamo, infatti che la maggior parte dei virus in passato venivano trasmessi attraverso i mercanti che si spostavano da città in città utilizzando il traporto marittimo, oppure famose strade carovaniere come la via della seta.

Quindi l’uomo fin dall’inizio ha dovuto contrastare gli effetti delle pandemie, che in molti casi sono state cosi violente da arrivare a compromettere la struttura stessa della società umana.

Le azioni delle autorità e le iniziative sanitarie nel tentativo di limitare i danni sono state diverse e in alcuni casi non molto lontane da quelle attuali.

Nei prossimi paragrafi cercherò di fare un quadro storico delle principali epidemie, dei cambiamenti economico-sociale che ne sono derivati. Considerando però che un accostamento all’attuale pandemia non appare credibile, sia dal punto di vista dell’impatto sulla società, in termini di perdite umane, ma anche per il fatto che la società in cui ci troviamo a vivere oggi è diversa da qualsiasi altro tipo di società del passato e pertanto un confronto dal punto di vista sociale ed economico appare al quanto fantasioso.

Nei prossimi paragrafi elencherò le principali epidemie della storia dell’uomo. Vediamo quali sono state.

La peste di Giustiniano

La peste di Giustiniano si verificò nei territori dell’Impero Bizantino, per poi espandersi nel resto d’Europa a partire dal 541 d.c. con ondate fino al 750 d.c., causando da 25 a 100 milioni di vittime, a seconda delle differenti stime (cifre drammatiche confrontando il numero della popolazione europea dell’epoca).

Colpì con particolare forza Costantinopoli, allora la città più grande e ricca del Mediteranneo, con i suoi 800.000 abitanti. In base alle fonti storiche l’epidemia avrebbe avuto come epicentro l’Etiopia o l’Egitto ed essersi diffusa verso nord attraverso i flussi di generi alimentari, soprattutto grano, che provenivano dal Nord Africa.

Anche in Italia le ripercussioni della peste furono gravissime, ricordiamo che all’epoca il nostro paese era quello che aveva il tasso di urbanizzazione più alto d’Europa.

Le città si spopolarono, le devastazioni e il crollo demografico associato alle difficoltà dell’Impero Bizantino favorirono la conquista di quasi tutta la penisola da parte dei Longobardi, evento che per molti storici segna la fine della civiltà romana in Italia.

Inoltre, insieme alle continue invasioni e la scomparsa di un potere statale forte, fu tra le principali cause del crollo della civiltà urbana, favorendo la diffusione nel periodo successivo del fenomeno dell’incastellamento. E con esso la nascita del sistema feudale e della grande proprietà fondiaria che hanno rappresentato il volto della civiltà medievale, modellando il territorio europeo almeno fino all’anno 1000, arco temporale immaginario a partire dal quale le città tornarono lentamente a ripopolarsi e ad  il commercio a lunga distanza ritornò a prosperare.

Il terrore che le persone dovettero avere in quelle circostanze è ben descritto dalle parole di Paolo Diacono: Tutti erano scappati e tutto era avvolto nel silenzio più profondo. Due figli se ne erano andati lasciando insepolti i cadaveri dei loro genitori, i genitori dimenticarono i lori doveri abbandonando i loro bambini”. [1]

 

La pesta nera

La peste nera è tra le epidemie quella più conosciute e studiate di sempre.

Secondo alcune ricerche [2], il virus della peste nera apparteneva allo stesso ceppo di quello che causò la peste di Giustiano e di quello della peste del 1600.

La peste nera si generò in Asia Centrale e Settentrionale durante gli anni 30’ del XVI secolo e si diffuse in Europa a partire dal 1347.

Ma come si diffuse? Secondo alcune cronache dell’epoca la malattia arrivò in Europa attraverso l’esercito dell’Orda D’Oro (Mongoli) che in quell’epoca stava assediando Caffa, avamposto genovese in Crimea. I mongoli nel tentativo di far arrendere i genovesi lanciarono all’interno della città con le catapulte i corpi infetti dei propri soldati morti di peste.

Tuttavia più verosimilmente il contagio avvenne per via dei ratti, che passarono tra le schiere dei mongoli ed arrivarono in città.

Una volta a Caffa la peste fu introdotta prima a Costantinopoli e Messina e poi in tutta Europa attraverso la vasta rete di commerci genovese.

Nel 1348 arrivò in Italia, nel 1349 In Inghilterra, nel 1351 in Polonia e nei paesi Scandinavi.

La popolazione come reagì? In cerca di una spiegazione arrivò talvolta a perseguitare gli Ebrei (fenomeno particolarmente rilevante in Germania e nei Paesi Bassi) accusati di avvelenare i pozzi. Molti attribuirono l’epidemia alla volontà di Dio e di conseguenza nacquero diversi movimenti religiosi tra cui i flagellanti. [3]

Anche l’arte ne fu influenzata, soprattutto la pittura dove il tema della morte divenne ricorrente e dove si diffuse il tema della danza macabra.

Per limitare i rischi di contagio, dopo il 1347 le navi sulle quali si sospettava la presenza di peste vennero messe in isolamento per quaranta giorni, da qui il termine quarantena.

I medici come hanno affrontato l’epidemia?

[4]La medicina all’epoca sicuramente non era all’altezza del compito, per secoli i precetti della chiesa cristiana avevano ostacolato gli studi sul corpo umano e gli unici documenti in tal senso erano quelli degli antichi (greci e romani).

Alcuni medici pensarono che l’origine della peste era dovuta all’aria calda ed umida che ci fu nella primavera del 1348, altri l’attribuirono a fenomeni come terremoti, eruzioni vulcaniche o maremoti (a Napoli ci fu un maremoto nel 1343 che colpì molto l’opinione pubblica raccontato anche da Petrarca).

Iniziarono a diffondersi i REGIMA CONTRA PESTILENTIAM (consigli contro la pestilenza) si trattava di soluzione per prevenire piuttosto che curare. Si consigliava di fuggire rifugiandosi in campagna, oppure si consigliava cosa mangiare e come vivere.

Per esempio, il medico fiorentino Tommaso del Garbo consigliava di arieggiare le stanze, di lavarsi con aceto e acqua di rose, di mangiare cibi buoni e di astenersi da rapporti fisici.

Interessante è vedere quali farmaci venissero adottati, ebbene i farmaci dovevano controbilanciare le qualità della peste, essendo essa calda ed umida si potevano usare pietre come smeraldi e zaffiri, terre ed erbe come l’Ersicaria che erano secche e fredde. Comunque il metodo più utilizzato erano le fumigazioni con erbe aromatiche.

Come si mossero le autorità?

Per contenere il contagio i governi delle città italiane iniziarono a nominare funzionari adetti alla salute pubblica, i quali ordinarono la chiusura di mercati, il divieto di rivendita dei vestiti degli appestati, proibirono i funerali e si iniziò a diffondere l’idea di isolare i malati, infatti vennero costruiti ospedali dove mettere gli appestati e le città iniziarono a non far entrare persone provenienti da regioni in cui l’epidemia era accertata.

Quindi per molti versi le misure prese non furono molto diverse da quelle adottate oggi per contenere il Covid 19.

mascherine

Quali furono le conseguenze da un punto di vista sociale?

Sicuramente la peste con i suoi 20 milioni di morti provocò una modifica e una riorganizzazione del settore produttivo europeo.

Ricordiamo, infatti che stiamo parlando di una società prettamente agricola e per questo motivo aveva grande bisogno di manodopera.

Le poche persone rimaste poterono sfruttare la situazione rivendicando per se maggiori diritti ed un trattamento migliore. Questo è il caso dei contadini che si rifiutarono di continuare a lavorare per i signori agli stessi salari e alle stesse condizioni di prima provocando delle vere e proprie rivolte in Europa.

In Francia ci furono le rivolte della Jacquerie dove i contadini misero a ferro e fuoco diversi castelli.

In Inghilterra le rivolte portarono alla firma nel 1351 dello Statuto dei Lavoratori nel quale i contadini e gli abitanti della città chiedevano un aumento dei salari e di garanzie nei loro confronti.

A Siena, Firenze e Perugia tra il 1351 e il 1378 si ebbero le rivolte dei ciompi, i salariati più bassi della produzione laniera, i quali riuscirono ad ottenere il riconoscimento di una propria corporazione e il diritto a partecipare al governo cittadino.

In sintesi possiamo affermare che nelle campagne i contadini riuscirono ad ottenere situazioni più vantaggiose e fu presente anche un inizio di meccanizzazione di alcune fasi produttive.

Anche nelle città le fascie più povere riuscirono a farsi riconoscere migliori condizioni e in alcuni casi ad entrare nel governo delle città, non sempre in una posizione marginale.

La popolazione europea, almeno quella che ne rimaneva ne usci sicuramente arricchita, raccogliendo le proprietà in eredità lasciate dai defunti.

Qualcosa era cambiata anche nel modo di vedere e vivere le cose. L’uomo non era più succube dei dettami della chiesa, voleva vivere e autorealizzarsi ed è proprio in questa epoca che verranno poste le basi dell’Umanismo e del Rinascimento che interesseranno l’Italia nei decenni successivi.

In generale entrano in crisi almeno da un punto di vista politico le due più grandi autorità del mondo medievale il Sacro Romano Impero e il Papato.

Da leggere: Legge di Bilancio 2020. Agevolazioni e sgravi fiscali per l’assunzione dei giovani

 

L’influenza spagnola

L’influenza spagnola, chiamata cosi perché la prima a darne notizia fu la stampa spagnola, in soli 18 mesi contagiò circa un terzo della popolazione mondiale e secondo diverse stime le vittime furono da 20 a 50 milioni.

In realtà il primo caso documentato fu negli Stati Uniti all’interno dei campi di addestramento, dove erano radunate le truppe in attesa di partire per il fronte.
Quando queste truppe partirono per l’Europa portarono con se il virus che trovò terreno fertile all’interno degli ambienti poco salubri delle trincee. Quello che colpì fu la sua rapida diffusione.

Provvedimenti

 

Influenza spagnola – Covid-19: possibili effetti simili?

Molti oggi accostano gli effetti nefasti che produsse l’influenza spagnola sulla società dell’epoca, con quelli che probabilmente causerà il Covid-19.
Dal punto di vista politico alcuni punti in comune ci sono, infatti all’indomani del primo conflitto mondiale la crisi e il malcontento popolare portarono in alcuni paesi alla formazione di governi autoritari come nel caso dell’Italia, Germania, Ungheria e Russia.

Purtroppo, oggi alcune tendenze di questo tipo si sono riproposte.
Abbiamo visto come in Ungheria il parlamento abbia dato pieni poteri al presidente Orban, ma non è un caso isolato, lo stesso è avvenuto anche in Slovenia con Janez Jansa anche se la Corte Costituzionale ha ritenuto il provvedimento illegittimo.

Questo potrebbe rappresentare un inizio di una preferenza verso la costituzione di governi autoritari, tendenza a dire il vero già presente in Europa in seguito alla crisi economica.

Tuttavia, è ancora presto per poter affermare con certezza che si tratti di una tendenza che si protrarrà nel tempo.

Per quanto riguarda gli effetti economici che ha causato l’epidemia spagnola, i dati sono difficilmente interpretabili o almeno non utili per spiegare cosa accadrà al nostro sistema economico una volta terminata la crisi del Coronavirus.

La perdita di Pil presente nei paesi più sviluppati nel biennio 1918-1920 può essere stata causata sia dall’epidemia, ma anche e soprattutto dalla contemporanea presenza del primo conflitto mondiale.

Secondo l’economista Angus Maddison, che ha ricalcolato i PIL del passato, il Pil pro-capite dell’Europa Occidentale calò del 3,38% nel 1918 e del 5,86% nel 1919 per poi risalire nel 1920 del 4%. In due anni il Pil crollò del 7,78% (Fonte: Maddison Project ).

Alcuni dati utili per verificare se l’impatto dell’epidemia spagnola abbia comportato una perdita di ricchezza, possono essere quelli dei paesi neutrali, nei quali non ci siano state devastazioni dovute alla guerra. Questo è il caso della Svezia.

In uno studio del 2013 i ricercatori Martin Karloson, Therese Nilsson e Pichler hanno evidenziato come anche in Svezia in quel periodo ci sia stato una perdita di Pil pro-capite, la ricchezza dei più ricchi è calata del 5% durante la pandemia e del 6% dopo.

Per approfondire: Ricerca dell’impatto dell’epidemia spagnola sull’economia svedese

Tuttavia, ho alcune reticenze sull’utilizzo di questa interpretazione, infatti la Svezia era ed è un paese piccolo che dipende fortemente dalle esportazioni e dal commercio internazionale, quindi un calo del Pil può trovare una possibile spiegazione nel crollo della domanda nei paesi impegnati nel conflitto che ricordiamo era anche quelli più sviluppati, nonché nelle loro successive difficoltà di ripresa economica.

Sistemi economici e società a confronto: cosa cambia e che impatto hanno sulle crisi?

Un confronto tra le due epidemie, quella di influenza spagnola e quella attuale di Covid-19, appare a mio avviso azzardato in quanto la società è cambiata, il numero di vittime non è paragonabile e perché è cambiato il sistema economico.

Il sistema economico del 1918-20 era basato sulle esportazioni di prodotti, per cui un paese godeva di vantaggi comparati nei costi di produzione rispetto ad un altro paese (rifacendosi alla teoria dei costi comparati di Ricardo). Insomma la maggior parte delle transazioni erano di beni e comunque si trattava di un sistema economico ancora in fase embrionale e non fortemente interdipendente come quello attuale.

Oggi la maggior parte delle transazioni a livello internazionale non riguardano più prodotti ma beni intagibili, come quelli azionario-finanziari.
Le ripercussioni su questo tipo di economia sono imprevedibili, in quanto dipendono da come le persone risponderanno alla crisi.

Per quanto riguarda l’economia reale è probabile che nel breve periodo crollino i consumi a causa dell’insicurezza generale, questo comporterà la perdita di molti posti di lavoro anche per via della chiusura forzata di numerose attività. Gli stati dovranno sicuramente investire per sostenere la ripresa aumentando il proprio debito.

Il dubbio più grande riguarda proprio i paesi più indebitati. Riusciranno ad investire in modo oculato sostenendo le persone colpite dalla crisi, finanziando la ripresa e gettare le basi la crescita del proprio Pil?

Se ci riusciranno il debito, se pur elevato, potrà sostenersi (sperando che non si verifichi nessuna speculazione finanziaria) e i danni dal punto di vista economico potranno facilmente essere recuperati.

Insomma, tutto dipenderà dalle politiche economiche che si intraprenderanno. Queste dovranno sostenere le fasce di popolazione più colpite attraverso politiche oculate di Welfare State e al tempo stesso investire in innovazione, sviluppo e ricerca e nella formazione delle risorse umane in grado di favorire l’avvio del processo di digitalizzazione anche attraverso la creazione di canali agevolati per l’accesso al credito da parte delle imprese.

Da leggere: Il Coronavirus e L’economia

[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 4

[2] William Marphy e Andrew Spicer, La Peste in Europa, Il Mulino

[3] Anna Foa, Ebrei in Europa: dalla peste nera all’emancipazione XIV-XVIII

[3] Giorgio Cosmarini, Storia della medicina e della sanità in Italia: dalla peste nera ai giorni nostri

 


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